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Strasburgo, 26 marzo

mercoledì 26 marzo 2014/Categories: News

 

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che il fissare un periodo di dieci anni per la prescrizione della richiesta di danni al datore di lavoro da parte di un dipendente viola i diritti di quest’ultimo, soprattutto quando la richiesta riguarda malattie come quelle generate dall’esposizione all’amianto che non possono che essere diagnosticate molti anni dopo la contaminazione.
La Svizzera è stata così condannata dalla Corte di Strasburgo per non aver consentito a un uomo che ha sviluppato un tumore a causa dell’esposizione all’amianto di fare causa al suo datore di lavoro. Hans Moor, operaio esposto all’amianto dal 1965 al 1978, sviluppò i sintomi della malattia asbesto-correlata solo nel 2004, per poi morire nel 2005. Dunque, secondo la legge elvetica, l’esposizione all’amianto era cessata dal 1978 e da quel momento iniziava a decorrere la prescrizione: ragion per cui l’eventuale causa contro l’ex datore di lavoro avrebbe potuto essere intentata soltanto entro il 1988.
Secondo i giudici, le autorità elvetiche hanno violato il diritto all’accesso a un tribunale applicando in modo rigido il periodo di prescrizione di dieci anni al caso di un uomo che è stato esposto all’amianto sul luogo di lavoro tra gli anni ’60 e ‘70, ma che non ha sviluppato i sintomi della malattia fino ai primi anni del 2000. I giudici di Strasburgo hanno sottolineato che, essendo il periodo di latenza di certe malattie anche di diversi decenni, fissare la prescrizione in dieci anni dal momento dell’ultima contaminazione significa, di fatto, impedire a molti lavoratori di richiedere i danni. Secondo i giudici, invece, nel calcolo della prescrizione si deve tenere conto della presenza di prove scientifiche che dimostrino che la persona malata non poteva sapere di essere affetta da una certa patologia prima di un dato momento, proprio come nel caso di Moor.
Proprio per questo, la Corte Europea ha condannato la Svizzera a pagare 12.180 euro ai familiari della vittima, più 9000 euro di spese legali. La Confederazione elvetica, però, ha ancora tre mesi di tempo per fare ricorso alla Gran Camera della Corte.
Alessandro Marinaccio, primo ricercatore INAIL e responsabile del ReNaM (Registro Nazionale dei Mesoteliomi) commenta la notizia: “Al di là dei riflessi giudiziari, questa notizia pone di nuovo il tema del rapporto fra dati epidemiologici e sistema di tutela dei diritti dei lavoratori, più in generale dei cittadini. Recentemente, con sempre maggiore evidenza, emerge la centralità dei dati epidemiologici per le scelte di sanità pubblica e per la definizioni dei diritti di welfare. La conseguenza è che è necessario prestare la massima attenzione alla solidità dei risultati epidemiologici e di ricerca prodotti e pubblicati, e le risorse adeguate per garantirla.”
“Inoltre” conclude Marinaccio “per quanto attiene esclusivamente ai profili assicurativi, per certo in Italia la richiesta di riconoscimento di malattia professionale ai fini dell’indennizzo non prevede per le malattie neoplastiche (e quindi anche per i casi di tumore amianto-correlato) nessun periodo oltre il quale non è più possibile fare domanda. Non esiste, quindi, un tempo di prescrizione e questo è certamente un punto di forza del sistema italiano”.

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