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Pisa

mercoledì 27 febbraio 2013/Categories: News

Il giudice del lavoro di Pisa ha condannato la ditta Saint Gobain Glass Italia a risarcire con oltre mezzo milione di euro per famiglia gli eredi di due operai specializzati, deceduti nel 2007 per mesotelioma pleurico dopo una esposizione all’amianto sul luogo di lavoro durata molti anni. Lo rende noto la Cisl di Pisa che sin dal 2008 ha seguito la vicenda dei due lavoratori che avevano operato per più di trenta anni nella storica vetreria pisana. L’INAS, il patronato Cisl, aveva inizialmente ottenuto dall’INAIL una rendita per i superstiti, ma ora arriverà anche il sostanzioso risarcimento da parte dell’azienda, condannata per aver esposto i suoi operai all’amianto senza alcun tipo di protezione e utilizzando anzi il minerale in tutti gli indumenti e gli strumenti di tutela contro l’alta temperatura. L’ingente ammontare del risarcimento, di 542.700 euro per un caso e di 524.525 euro per l’altro a cui andranno sommati gli interessi legali calcolati a partire dalla data dei decessi, è uno dei più alti mai comminati da un giudice. Le richieste avanzate dagli avvocati delle famiglie erano state comunque assai superiori. I due giudizi si sono conclusi dopo un’istruttoria particolarmente lunga e approfondita, numerose perizie ambientali, medico legali e anatomopatologiche. Il legale che ha tutelato gli interessi delle famiglie delle vittime ha sostenuto la tesi secondo cui, benché l’amianto sia fuorilegge dal 1992, la sua nocività era conosciuta in letteratura medica già da ben prima degli anni Sessanta, e pertanto il datore di lavoro avrebbe dovuto adottare le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, erano necessarie a tutelare l’integrità fisica degli operai. I due lavoratori le cui famiglie riceveranno il risarcimento, avevano lavorato a contatto diretto con l’amianto; il primo aveva ricevuto l’incarico di rivestire canne pirometriche mediante filo fatto col pericoloso minerale che, dunque, doveva maneggiare direttamente. Inoltre, per proteggersi dall’alta temperatura dei forni, aveva indossato guanti, grembiuli e cappucci di amianto. Il secondo si era occupato per decenni della manutenzione dei forni, coibentati con amianto e per lavorare nei quali si proteggeva con strumenti di tutela individuale a base tragicamente dello stesso materiale.
Sebbene le motivazioni della sentenza debbano essere ancora depositate, appare chiaro come il giudice abbia riconosciuto, stabilendo la somma del risarcimento, non solo il danno morale e biologico differenziale subito dal lavoratore deceduto, ma anche il danno non patrimoniale (la perdita di un marito e di un padre) sofferto dai familiari eredi degli operai morti in seguito a tumore di origine professionale.
Personale tecnico per anni con le mani nell’amianto: a spostarlo per coibentare i forni, a trapanarlo, a romperlo prima di smaltirlo. Addirittura qualcuno usava le lastre nuove per coprire il tavolo dove mangiava durante i turni di notte. Le protezioni stesse con cui veniva affrontato il calore dei forni erano fatte del materiale cancerogeno. «Non immaginavamo che fosse pericoloso, nessuno ci ha mai detto niente», raccontano i vecchi operai dell’impresa. Quanto sapesse l’azienda dei rischi che correvano e cosa abbia fatto per proteggerli lo stabilirà la Magistratura.
Ora ci sono 200 persone che dal 2011 si sottopongono ed esami periodici per intercettare in tempo le malattie professionali dovute all’amianto.
Tra un terzo e un quarto di loro presentano già problemi respiratori. In due anni sono stati diagnosticati altrettanti cancri della pleura. Ma dopo le due condanne al risarcimento la voce sui rischi si è diffusa velocemente e il numero di chi è inserito nei programmi di controllo è destinato ad aumentare. I controlli sullo stato di salute degli ex lavoratori Saint Gobain vengono coordinati dalla medicina legale dell’azienda ospedaliera pisana, in particolare dal primario Alfonso Cristaudo e da Giovanni Guglielmi. “E’ dal 2002 che valutiamo le condizioni sanitarie di chi è stato esposto all’amianto spiega Cristaudo Seguiamo in tutto mille persone e i 200 della fabbrica pisana sono stati gli ultimi ad essere arruolati. Un tempo si riteneva che la lavorazione di quel materiale non fosse particolarmente pericolosa e invece non è vero, sta venendo fuori che è una delle più critiche. Troviamo la stessa quantità di patologie registrate ad esempio in chi ha lavorato ai cantieri del porto di Livorno o alla centrale Enel di Larderello. Tra il 25 e il 30% sviluppano una patologia direttamente correlata all’amianto. Si tratta nella stragrande maggioranza di problemi benigni come le placche pleuriche o l’asbestosi o più raramente il tumore del polmone o il mesotelioma”.

 

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