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Torino

venerdì 12 aprile 2013/Categories: News

La tesi sostenuta dalla difesa di uno dei due imputati al maxi processo Eternit di Torino, il Barone belga Louis De Cartier, è che non ci sia stato dolo nelle condotte dei vertici della Eternit. I legali dell’ex dirigente Eternit propugnano la teoria che la portata reale del rischio derivato dalla esposizione all’amianto venne recepita solo molto tardi, che negli anni ’70 e ’80 il minerale era largamente diffuso sia in Italia che in molti altri Paesi e che il suo uso veniva addirittura incoraggiato dalle autorità. Il fatto poi che i dirigenti delle sedi Eternit di Casale e di Cavagnolo abitassero all’interno degli stabilimenti, la direbbe lunga su quello che poteva essere il grado di consapevolezza. “Fra il 1971 e il 1972, quando secondo le accuse De Cartier ricopriva ruoli di vertice nella multinazionale, furono fatti degli investimenti che ridussero il livello di esposizione. Oggi, a quarant'anni di distanza, sappiamo che non bastava. Ma all'epoca era considerata la normalità" ha aggiunto il difensore dell’ex dirigente.

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